What could have been
- di Redazione
- 12 Giugno 2026
- La collana di perle di Giulia
La nostra Giulia Muntoni riflette su ciò che sarebbe potuto essere, mantenendo però lo sguardo sempre proiettato sul futuro
Da poco ho letto una frase: "Gran parte di chi sono è chi non sono più" e mi ha colpita nel profondo. Quanto è vero, per quanto riguarda la mia vita.
C’è una superficie visibile che ho sempre scelto di mantenere più o meno serena, confortante per chi mi sta accanto. Come se gli sconvolgimenti che ho vissuto negli ultimi dodici anni non abbiamo davvero potuto scalfire il mio nucleo.
E poi c’è il lutto, che neanche sapevo di portare, per tutto ciò che ho perso o, peggio, per quello che avrei potuto vivere o essere, se non avessi avuto due scontri frontali col cancro.
Non è la prima volta che ci rifletto ma ho sempre preferito tuffarmi nella gratitudine per il fatto stesso di essere ancora qui, per la nozione di Vita che ho imparato. Ed è da una terra di benevolo compromesso che quella frase mi ha strappata via.
Forse, a volte, anche a me fa bene ammettere che c’è tanto che non ho ancora potuto o saputo accettare. Che le mutilazioni più grandi non sono state fatte al mio corpo, che molto spesso sento ribollire nel sottofondo la mia frustrazione, a volte vera e propria rabbia, per la fatica doppia che mi sembra di fare rispetto alle persone della mia età. Per le energie, che non ho, che mi limitano nell’azione, nei progetti anche più banali, nelle velleità espressive.
E come sempre suggeriscono di fare per affrontare il lutto, bisogna starci, guardarlo in faccia, dargli la dignità di esistere e trovare uno spazio nella nostra sfera. Perché negarlo gli darebbe ancora più potere.
Chissà come sarei stata, in un altro scenario. Se una donna più affermata, o più sicura di sé, magari una madre.
Poi però, in qualunque volo pindarico io mi spinga, arriva sempre un’ondata di consapevolezza che mi salva. E’ il potere della Grazia che mi ricorda che io non credo a un finale alternativo. Nessun piano b, o c. Quello che c’è è tutto quello che può e deve esserci. Perché il fatto che io non capisca i piani che la Vita ha per me non significa che siano sbagliati.
Questa percezione di un ordine più grande, al quale mi viene spontaneo affidarmi, non annulla il lutto, ma lo ridimensiona. Quel dolore diventa parte di me, una parte che non sempre ho voglia di guardare, ma che riconosco.
E proprio nell’atto di non negarlo, trovo il coraggio e la tenerezza per andare avanti.
