Overload

  • di Redazione
  • 6 Marzo 2020
  • La collana di perle di Giulia

L’amica Giulia Muntoni ci regala un’altra bellissima perla

Succede anche ai computer più sofisticati. A volte, semplicemente, è tutto troppo. Troppe informazioni da assorbire, troppe decisioni da prendere. E il sistema va in tilt.
Per un essere umano, possono esserci troppe emozioni. Da metabolizzare, fare proprie, capire. 
Quando la voce del mondo esterno diventa un rumore assordante abbiamo il dovere, oltre che il diritto, di chiudere tutto e ritirarci in noi. Che sia per una manciata di respiri o per un tempo più lungo.
Perché la disponibilità a incamerare diventa autodistruttiva se non viene regolata in base a quello che è "sano" per ciascuno. Nessun altro al mondo lo può sapere. Perché nessuno è noi.
Si dice:" Una volta che scopri il lato peggiore di una persona hai due opzioni: o te ne liberi per sempre. Oppure inizi ad amarla davvero". Io credo valga anche per se stessi. Non potendo letteralmente liberarci di noi, spesso tendiamo a trascurarci, soprattutto quando ci avviciniamo a rivelazioni che richiederebbero un’accettazione totale di chi siamo davvero, stravolgendo, magari, l’idea di chi pensavamo di essere.
Per non sentirci a disagio, rivolgiamo l’attenzione altrove, troviamo pretesti per ignorare i segnali scomodi che quasi sempre la Vita ci dà. Li ignoriamo persino quando è il corpo stesso a recapitarli. Sonno disturbato, ansia, pensieri ingarbugliati sono solo alcuni. Per approdare ad altri ben più seri, come un tumore. Da sempre sono convinta che ci sia un legame di causa ed effetto tra mente e fisicità, al di là delle spiegazioni scientifiche del caso.
Comunque, non funzionerà. Ignorare può ritardare il momento del confronto ma non lo allontanerà per sempre.  Né, una volta affrontatolo, avremo necessariamente in tasca la soluzione. Anzi. Eppure, va fatto, non c’è altra via per restare fedeli a se stessi.
Forse l’unico piano verosimile da seguire è quello di bloccarsi e sedersi accanto alla situazione, come un osservatore esterno. A poco servirebbe, in questa fase, preoccuparsi degli altri, che siano questi conoscenti, di quelli che hanno sempre un’opinione su tutto, o chi fa parte della nostra sfera più intima.
Si ritorna alla fonte, si riparte da noi. Il resto è surplus. Il resto confonde. Non c’è fretta che tenga. Ci vuole tutto il tempo che ci vuole. 
Quando non si è più sicuri di cosa motivi i battiti, ci si ferma e si ritorna a contemplare il cuore, questa macchina perfetta e misteriosa. Abbracciando la fisiologia che conforta, l’anatomia che sostiene la nostra vita. 
Osservando la nostra presenza. Il concetto stesso di essere vivi, di sopravvivere grazie ai respiri. 
Procedere con ordine; in mezzo allo sconvolgimento, essere grazia. Usare meraviglia e gratitudine come scudi contro l’ansia e la paura. 
Il resto, si spera, verrà da sé. Il resto sarà la consapevolezza che riusciremo a far fiorire in noi se avremo seminato con amore e accettazione.