Tumore dell’endometrio avanzato, l’immunoterapia ora è per tutte
- di Redazione
- 4 Marzo 2026
- Italia ed estero
Era ed è uno dei tumori femminili considerati tra i più "facili" da curare, con una buona prognosi nella maggior parte dei casi, anche nelle forme avanzate: il 70-80%. Ma è anche uno dei pochi per cui sia l’incidenza sia la mortalità sono in crescita: una conseguenza del fatto che per oltre 20 anni non ci sono state novità sul fronte delle terapie. Si tratta del tumore dell’endometrio (o corpo dell’utero), che ogni anno colpisce circa 9 mila donne, nel 90% dei casi oltre i 50 anni.
Questa tendenza, l’aumento di incidenza e mortalità, potrebbe però invertirsi grazie a due grandi avanzamenti. Il primo è la scoperta che i tumori dell’endometrio non sono tutti uguali, ma ne esistono almeno quattro tipi diversi. Il secondo (che deriva dal primo) è l’arrivo dell’immunoterapia per la malattia in stadio avanzato o che recidiva. Finora era riservata a meno di un terzo delle pazienti e oggi è invece disponibile per tutte, fin dalla prima linea di trattamento.
Il farmaco immunoterapico approvato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) si chiama dostarlimab e viene somministrato in combinazione con la chemioterapia (carboplatino e paclitaxel): lo scorso anno era stato indicato solo per le pazienti i cui tumori presentano particolari caratteristiche genomiche: il Deficit del Mismatch Repair o l’instabilità dei microsatelliti. Sulla base dei risultati dello studio clinico Ruby, infatti, queste pazienti hanno un grande vantaggio dall'aggiunta dell’immunoterapia, con la riduzione del rischio di progressione o morte pari al 72%, migliorando la qualità di vita. Sebbene inferiori, anche i vantaggi per le altre pazienti sono però significativi: una riduzione del 24% del rischio di progressione o decesso e un aumento della mediana di sopravvivenza di 7 mesi. "Sette mesi che nelle donne con la malattia avanzata sono importanti. Prima di tutto perché rappresentano una mediana di sopravvivenza, il che vuol dire che ci sono donne che ne beneficiano per molto più tempo, in secondo luogo perché questi risultati ci dicono che prima usiamo l’immunoterapia e meglio è", ha spiegato Domenica Lorusso, direttore del programma di ginecologia oncologica dell’Humanitas San Pio X di Milano e che ha partecipato allo studio Ruby.
Prima di proseguire, è importante spiegare la biologia che sta dietro questi risultati, a partire dal Mismatch Repair, un sistema di riparazione degli errori che si verificano normalmente quando il Dna viene copiato. Quando è compromesso si parla di dMMR e le cellule accumulano più errori e mutazioni, spesso con instabilità dei microsatelliti (MSI H). L’aumento del carico mutazionale rende i tumori dMMR più "visibili" da parte del sistema immunitario, ed ecco perché l’immunoterapia, che toglie il freno al sistema immunitario contro i tumori, risulta particolarmente efficaci in questi casi.
"Era ormai acclarato che l’immunoterapia in combinazione con la chemio avesse cambiato lo standard di cura delle pazienti dMMR. Ma queste pazienti rappresentano il 20- 30% della popolazione con tumore dell’endometrio. Per la stragrande maggioranza c’era un bisogno a cui oggi risponde questa ulteriore indicazione, che celebra l’arrivo e l’efficacia dell’immunoterapia anche in una popolazione che per 20 anni ha potuto contare solo sulla chemioterapia", ha commentato Lorusso. Lo studio Ruby, che era nato come studio accademico, è stato infatti una pietra miliare: il primo dopo due decenni a dimostrare un miglioramento statisticamente e clinicamente significativo della sopravvivenza globale, cambiando la pratica clinica e le linee guida del tumore dell’endometrio.
Dal punto di vista del profilo molecolare sappiamo che ci sono almeno quattro tumori dell’endometrio. E bisogna riconoscerli fin dalla prima diagnosi, perché questa informazione può cambiare il trattamento, ha sottolineato Lorusso: "i profili molecolari portano a stratificare i rischi in maniera totalmente diversa e a un rischio diverso corrisponde una terapia diversa già dalla prima fase. Ancora, purtroppo, l’analisi del profilo molecolare non è eseguita dappertutto, sebbene siano stati fatti molti progressi e sia abbastanza diffuso sul territorio. Ma non sempre il profilo è semplice da interpretare e centralizzare i casi in ospedali di riferimento identificati a livello regionale credo sia importantissimo".
Ecco i quattro tipi di tumore dell’endometrio: ci sono i tumori Pole-mutati, che rappresentano solo il 7% dei tumori del corpo dell’utero, ma sono a buona prognosi; quelli con instabilità dei microsatelliti o difetti del sistema di riparazione del Dna (di cui abbiamo parlato sopra) che rappresentano il 28%; quelli con caratteristiche molecolari aspecifiche (NMSP), che rappresentano il 39% e quelli con mutazione del gene p53, che rappresentano il 26% dei casi e sono più aggressivi.
"Oggi, per molte donne con carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivato questa nuova indicazione significa una cosa semplice e potente: una possibilità in più quando la malattia fa paura e il tempo diventa prezioso. È un passo avanti concreto che può offrire maggiore controllo della malattia e più tempo di vita, con l’obiettivo di vivere quel tempo meglio. Ora la priorità è trasformare l’innovazione in accesso reale: informazioni chiare alle donne, percorsi rapidi e uniformi, e una presa in carico che tenga insieme cura e qualità di vita", conclude Ilaria Bellet, presidente Acto Italia.
