Tumore al seno: in certi casi si può ridurre il trattamento senza alterarne l’efficacia
- di Redazione
- 8 Giugno 2026
- Italia ed estero
La ricerca scientifica ha fatto importanti passi avanti in tema della cosiddetta "de-escalation" delle terapie, dimostrando che in qualche caso eliminare dei farmaci non solo non produce un danno alla salute ma, anzi, la migliora. In questa direzione sono andati i risultati più importanti nell’ambito del tumore al seno presentati al Congresso americano di oncologia (Asco), che si è tenuto a Chicago.
Diminuire il carico farmacologico, a parità di risultati in termini di sopravvivenza, è evidente, risponde a esigenze importanti: la sostenibilità del sistema, l'accessibilità alle cure e, soprattutto, la qualità della vita del paziente. Uno degli strumenti con cui è possibile attuare questa strategia sono i test genomici, alla base della personalizzazione della terapia: l’idea cioè di capire cosa è meglio, quando e per chi.
Un esempio importante discusso a Chicago riguarda il carcinoma mammario precoce con recettori ormonali positivi ed Her2 negativo (HR+/HER2-). Lo studio Optima ha dimostrato che, usando il test genomico Prosigna, è possibile risparmiare la chemioterapia a una buona fetta di pazienti senza per questo aumentare il rischio che la malattia si ripresenti. "E’ un concetto che abbiamo imparato a conoscere grazie a un altro test, Oncotype DX, che ci ha permesso di ridurre l'uso della chemioterapia di oltre il 30%. Ma questo test non riusciva a dare dei risultati per un gruppo di pazienti, dove invece Prosigna dimostra la sua efficacia: donne giovani, in pre-menopausa, con un coinvolgimento linfonodale compreso tra 1-3 linfonodi positivi", ha spiegato Lucia Del Mastro, Direttore UO Clinica Oncologia Medica presso Irccs San Martino, Genova.
Non fare la chemioterapia per queste pazienti vuol dire non andare in menopausa precoce e poter preservare la propria fertilità. In futuro, quindi, affiancando i due test sarà possibile evitare la chemio a molte donne, senza temere di aumentare il loro rischio di ammalarsi di nuovo. Come nel caso di Oncotype DX, i risultati di Prosigna sono stati ottenuti in studi randomizzati e sono quindi solidi dal punto di vista scientifico. Prima che questa innovazione diventi però una pratica bisognerà attendere del tempo. E "combattere" affinché l’opportunità venga garantita a tutte coloro che ne hanno diritto.
Non solo terapia farmacologica, si può ridurre anche l’impatto della chirurgia. Lo studio Senomac, presentato al congresso, ha dimostrato che, anche in presenza di uno o due linfonodi sentinella macrometastatici, la dissezione ascellare completa non apporta benefici clinici incrementali rispetto alla sola biopsia del linfonodo sentinella. "La rilevanza dello studio risiede nell'aver incluso categorie di pazienti precedentemente escluse per via dogmatica, come le pazienti sottoposte a mastectomia e quelle con tumori di grandi dimensioni. Mentre la pratica standard limitava la de-escalation ai casi di chirurgia conservativa con successiva radioterapia, Senomac valida la sicurezza di questo approccio anche in assenza di irradiazione post-operatoria, modificando potenzialmente la chirurgia quotidiana per una platea di pazienti molto più ampia", ha concluso Del Mastro. L’idea è di risparmiare a gran parte delle donne, e non solo a quelle che hanno avuto una chirurgia conservativa, la rimozione chirurgica di tutti i linfonodi dell’ascella, un’operazione che ha diversi effetti collaterali, come l’accumulo di linfa, gonfiore cronico del braccio, formicolii e rigidità della spalla.
